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Architettura e liturgia

Louis Bouyer

» Leggi l’intervista al Prof. Pierluigi Cervellati
   "Preparare la gioia spirituale"

 
21/11/2013
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21/11/2013
Titolo: “Architettura e liturgia”
Autore: Louis Bouyer
Editore: Qiqajon (2007)
Numero pagine: 122
Prezzo: 10,00 euro
21/11/2013
L'assetto liturgico delle chiese, in particolare il rapporto tra altare, ambone e assemblea, nella storia e nell'attualità. Un evidente obiettivo dello scritto è di dare spessore culturale a quello che è stato interpretato, forse con un'eccessiva semplificazione, come uno degli aspetti qualificanti nella riforma liturgica del Concilio: la positura “versus populum” dell'altare. Come scrive Crispino Valenziano nella sua Prefazione: «Tale uso fu incoraggiato dal Movimento liturgico iniziale perché era l'unica soluzione pastorale possibile quando si celebrava in lingua morta...; ora si rischia addirittura che, così, l'altare sia una barriera di separazione 'clericale' tra il presidente e l'assemblea». Nel ripercorrere la disposizione liturgica nelle chiese siriache, nelle basiliche romane e bizantine, Bouyer propone di riconsiderare tutta la tematica sul piano storico, per non fossilizzarsi su alcune caratteristiche date, bensì per individuare il modo migliore per interpretare al meglio lo spazio liturgico per le comunità contemporanee. Come scrive Enzo Bianchi, priore della Comunità monastica di Bose (di cui le Edizioni Qiqajon sono un'espressione): «Visti i pessimi risultati dell'architettura di chiese in Italia nel postconcilio, ci sembra necessario pubblicare questo libro apparso alla fine del Concilio. Adesso infatti è venuta l'ora di parlare di molte cose riguardanti lo spazio della liturgia senza temere di rivedere decisioni che oggi possono risultare avventate o correggibili. Questo libro indica la necessità di un “oriente”, perché quando non c'è “oriente” lo spazio tende al caos inospitale...».
21/11/2013
Louis Bouyer (Parigi, 17 febbraio1913 – 22 ottobre 2004). Nato in una famiglia protestante,fu ordinato ministro nel 1936. Nel 1939 intraprese un cammino di conversione al cattolicesimo e nel 1944 entrò nella Congregazione dell'Oratorio. Fino al 1963 insegnò all'Institut Catholique di Parigi. Nel Concilio Vaticano II fu consultore per la Liturgia. Nel 1969 e nel 1974 fu nominato dal papa nella Commissione teologica internazionale. Nel 1999 ricevette il premio Cardinal-Grente dall'Accademi adi Francia. Tra i suoi molti libri: La Bible et l'Évangile: le sens de l'Écriture (Parigi 1945), La Vie de la liturgie: Une critique constructive du mouvement liturgique (Parigi, 1956), Histoire de la spiritualité chrétienne (in tre volumi, Aubier, 1960-65), La musica di Dio. San Filippo Neri (Jaca Book, 1983), La Bibbia e il Vangelo. Il senso della Scrittura: il Dio fatto uomo (Qiqajon, 2007). Nel 1972 è stato tra i fondatori della rivista Communio insieme con Joseph Ratzinger, Hans Urs von Balthasar, Henry de Lubac, Walter Kasper, Marc Oullet e altri.
21/11/2013
«Un cerimoniale semplice ma sempre perfettamente ordinato, un'abbondanza e una varietà di canti, l'incenso, le luci, in una chiesa bella e ben adatta al suo scopo: ecco, tutto ciò può aiutare potentemente alla realizzazione di quella gioia spirituale senza la quale non si dà certamente culto eucaristico autentico. Per contro, la nostra concezione moderna, puramente rubricistica, della liturgia, il nostro didatticismo senza ispirazione, la nostra spiritualità astratta, si adeguano troppo facilmente allo squallore di edifici in cui sbrighiamo un tetro dovere domenicale. Bisognerà che tutto ciò scompaia, se vogliamo essere qui sulla terra una vera anticipazione della “Chiesa dei primogeniti iscritti nei cieli” (Eb 12, 23).
Ancora una volta, per concludere, nessuno dei dettagli che abbiamo esaminato, preso isolatamente o in gruppo, potrà restituirci un culto vivo. Qui si tratta di un rinnovamento completo dello spirito. Ma parlare di uno spirito cristiano non ha alcun senso fintato che non comprendiamo che esso deve incarnarsi per essere vero. L'incarnazione dello spirito del culto, ecco che cos'è una chiesa cristiana degna di questo nome. I suggerimenti concreti che abbiamo potuto formulare non devono essere considerati nient'altro che esempi delle possibilità illimitate dischiuse agli architetti da una tradizione ben compresa, al tempo stesso imperitura sorgente di ispirazione e appello alla libertà creatrice». (pagg. 97-98)
21/11/2013
La liturgia è al cuore della vita della Chiesa, punto di arrivo e scaturigine a un tempo. Ma essa richiede una viva partecipazione spirituale, sempre rinnovata. Tuttavia negli ultimi secoli «la Chiesa della controriforma, con la sua mentalità di Chiesa assediata, si è irrigidita per resistere agli attacchi esterni o alle tentazioni» e per questo ha teso a ridurre la tradizione a una «manipolazione del tutto esteriore di pratiche e formule» lasciando sullo sfondo il senso di queste. Da tale situazione nasce la tendenza contemporanea ad abbandonare questa tradizione nel tentativo di ricercare l'autenticità: che peraltro sussiste, appunto, nella tradizione, purché questa sia intesa come eredità viva. Di qui l'urgenza di considerare i “monumenti liturgici” per comprendere di questi l'immensa ricchezza e scoprire l'ampio margine di libertà creatrice che in essi si riscontra: un'operazione possibile, purché non si guardi solo agli ultimi due secoli, ovvero all'epoca nella quale essi «avevano cessato di essere oggetto di una partecipazione intelligente, attiva e feconda da parte dei fedeli».
La liturgia non può essere considerata come separata dal luogo che la ospita: le chiese sono il “quadro visibile” della Chiesa, «sulla terra, vere case di Dio con il suo popolo». In esse si manifesta la qualità della vita ecclesiale, così come lo spirito degli uomini si manifesta nelle dimore che si costruiscono per la vita di tutti i giorni.
Ebbene, le chiese dei nostri giorni, o rivelano una carenza di ispirazione, laddove «non fanno che riprodurre meccanicamente modelli del passato, compresi solo in parte o non compresi per nulla»; oppure, se sono frutto di progetti dai tratti marcatamente moderni, si rivelano spesso come una riproposizione di luoghi di riunione comuni (teatri, aule) dotati di alcuni tratti che in qualche modo si riferiscono alla tradizione. Nessuno di questi due approcci è corretto. Bisogna dunque non fossilizzarsi su modelli consunti: «La sola via possibile è cercare di riscoprire come, in maniera spontanea, la liturgia cristiana, nel periodo più creativo della sua esistenza, abbia rimodellato le costruzioni che aveva utilizzato all'inizio, e come ne sia venuto fuori poi qualcosa di totalmente nuovo». Questo avveniva quando l'edificio chiesa non era una sommatoria di ambienti o di luoghi liturgici, ma una «relazione dinamica dei vari punti focali della celebrazione» armonizzati tra loro. Solo la storia può chiarirne la genesi feconda, e dalla sua comprensione soltanto nasceranno nuovi luoghi di culto adatti ai nostri giorni.
 
La chiesa, intesa sia come comunità dei fedeli, sia come luogo in cui essi si radunano, non nasce dal nulla ma dal ceppo dell'Antico Testamento: la chiesa edificio discende dalla sinagoga.
E nella sinagoga due erano i punti focali: l'arca contenente le Scritture e il seggio, considerato come la cattedra di Mosè. Quest'ultimo era il fulcro della riunione, ma non era autonomo dal primo e il rabbino, come ogni altra persona, si rivolgeva verso l'arca.
Materialmente una cassa di legno, la prima arca, quella del tempio di Gerusalemme, era quanto di più santo vi fosse: perché conteneva le Tavole della Legge. Ma essa era anche intesa come un trono vuoto sul quale «si credeva che fosse presente Dio stesso». Era il solo oggetto ammesso nel Santo dei Santi (debir) e ai suoi lati si vedevano due cherubini, evidenzianti l'invocazione “Tu che siedi tra i cherubini”: perché lo spazio sopra l'arca era inteso quale luogo del convegno del Dio onnipotente, individuato dal termine Shekinà.
Ma dopo l'esilio, a seguito della contaminazione pagana, l'arca scompare dal tempio, e quella presente nelle sinagoghe ne è un'eco: contiene i rotoli della Torà. Per questo, come l'antica arca del tempio, è protetta da un velo e davanti a lei sta il candelabro a sette bracci, la menorà, su cui bruciano le sette lampade. «Tuttavia, siccome si trattava ovunque dell'unica e medesima Torà, nessuna sinagoga poteva essere incentrata su se stessa. La sua arca indicava sempre... il solo e unico debir che si trovava in Gerusalemme» che, per quanto il tempio fosse distrutto, resta per eccellenza l'unico luogo sacro, al quale tutte le sinagoghe si rivolgevano.
 
La lettura nelle sinagoghe avveniva su un bema, sorta di tribuna posta al centro dell'ambiente, dotata di leggio. Poi, nel corso della storia, bema e cattedra si sono trovate sempre più vicine. E già nella sinagoga si introdusse il rito dei pasti: «almeno dal tempo di Cristo, nei pasti delle comunità dei fedeli radunate dall'attesa messianica attorno al “maestro di giustizia”».
Le testimonianze più antiche di luoghi liturgici cristiani sembrano essere quelle delle chiese siriane, erette dalla corrente del cristianesimo primitivo che si separò dalla Chiesa nel V secolo «non tanto per ragioni dottrinali quanto per salvaguardare quelle tradizioni semitiche che si sentivano messe in pericolo dall'ellenizzazione della Chiesa bizantina».
La chiesa siriana antica è di tipo basilicale e si presenta come una versione cristianizzata della sinagoga. Al suo interno e le letture si svolgono al bema, che occupa i centro della navata, e l'arca è posta tra bema e abside mentre, da banda opposta, sta la cattedra del vescovo attorniata dalle sedute dei presbiteri.
Queste chiese, rispetto alle sinagoghe, presentano alcune differenze: sono rivolte non verso Gerusalemme, ma verso l'oriente, che è inteso come simbolo della parousía; nell'abside sta una tavola conformata come una “C”, a poca distanza dal muro: è l'altare cristiano ed è preceduto da un velo, come lo era l'arca nella sinagoga.
L'orientamento è un tratto caratteristico delle chiese antiche e anche nella preghiera i cristiani si rivolgevano a est, in ciò esprimendo «l'attesa del giorno eterno in cui il Christus victor apparirà come il sole che sorge, l'oriente che non tramonta mai». Per conseguenza l'altare cristiano, luogo dell'eucaristia, essendo esso stesso simbolo di Cristo, è posto all'estremità dell'asse orientato: accanto al muro orientale o nell'abside.
Quindi, se gli ebrei guadano verso l'arca nella sinagoga e, oltre a questa, verso l'arca antica posta in Gerusalemme, i cristiani guardano verso il luogo dell'eucaristia e, al di là di questo, verso il sole nascente, simbolo del Sol justitiae che attendono.
La cattedra del vescovo prende il posto della cattedra di Mosè e il libro dei Vangeli ha il posto che occupava la Torà. Quel che era l'arca, diviene il luogo dove all'inizio di ogni assemblea si introna solennemente il libro dei vangeli.
 
Questo modello presenta variazioni: in alcune chiese il trono dell'evangelo prende il posto della cattedra all'estremità occidentale del bema.
La chiesa siriana tipica resta tuttora quella col vescovo seduto all'estremità occidentale del bema in mezzo al clero e il vangelo è sul trono all'altra estremità. Vi sono due leggii: sul lato sud per il vangelo, sul lato nord per le altre letture (pag. 35). «Dopo il servizio delle letture.... tutto il clero si avvia verso oriente portando con sé le offerte dei fedeli, mente i presenti si raccolgono attorno all'altare.... Il dinamismo della celebrazione si esprime con il movimento generale verso oriente».
In queste chiese vi sono sedili solo per il clero, la celebrazione implica spostamenti dell'assemblea e il clero sta in mezzo ai fedeli: ha un ruolo di guida, ma l'azione è espressa dalla collettività. Il culto non è delegato al clero e tutti assieme, clero e fedeli, si rivolgono a un centro trascendente.
Nella chiesa siriana, cattedra, bema e arca sono state raggruppate al centro, con lo scopo evidente di permettere la partecipazione delle donne al pari degli uomini, seppure da questi separate.
Nella basilica romana la differenza più evidente è che il seggio del vescovo è posto al centro dell'abside ed è come un trono: evidente conseguenza del fatto che in epoca costantiniana i vescovi sono assimilati agli alti funzionari dello stato.
Comincia allora il cosiddetto “trionfalismo” e con questo nasce una separazione tra le autorità della Chiesa e il loro popolo. E, poiché il vescovo prende il posto in origine occupato dall'altare, questo prende il posto che in precedenza aveva il vescovo: più o meno al centro della navata. Così, quando il vescovo per l'eucaristia scende dal suo trono e si reca all'altare, torna a trovarsi in mezzo al popolo.
 
Un altro significativo cambiamento è il comparire della schola, come evoluzione del bema che diviene un recinto aperto in cui stanno i ministri di grado inferiore, lettori e cantori. Anche l'altare finisce per essere trasportato entro tale recinto e questo aumenta la separazione tra fedeli e clero. Una separazione che si accentua tanto di più, quando le conversioni in massa dell'epoca costantiniana portano in chiesa molti fedeli non compiutamente iniziati e non completamente partecipi. Si assiste per reazione a una clericalizzazione del rito perché il clero, allo scopo di proteggere la sacralità della liturgia, si ritira entro il proprio ambiente separato. Così in San Pietro, l'altare è portato dietro una transenna (“pergula”): e a questa collocazione «risale l'origine di ciò che noi chiamiamo oggil'altare rivolto verso il popolo”».
Ergo: questa disposizione non è antica, ma risale al VI secolo ed è frutto di un'evoluzione complessa. Nell'antichità, al contrario, la partecipazione comunitaria al banchetto era evidenziata dallo stare tutti assieme, presbiteri e popolo, su un solo lato della tavola.
La chiesa bizantina è un'evoluzione della basilica: la pianta quadrata consente di esaltare la centralità del bema con l'arca e i leggii, il seggio del vescovo e degli altri presbiteri, mentre l'altare sta in una grande abside.
 
L'evoluzione delle chiese occidentali è marcata da una crescente separazione intellettuale e fisica tra clero e fedeli, incentrata sulla separazione crescente del bema, che diventa presbiterio, dal resto dell'ambiente. A un certo punto si erge anche un muro dotato di una porta centrale: i presbiteri celebrano all'interno di questa “chiesa nella chiesa” mentre ai fedeli è consentito di osservare dal varco, restando emarginati peraltro dalla partecipazione, non solo per via della barriera fisica, ma anche per quella linguistica (l'uso del latino). Su tale muro poi si pone lo jubé, ponte sul quale i lettori cantavano l'epistola e il vangelo e dal quale si prese l'abitudine di svolgere anche la predica. (Da questo elemento successivamente si evolve il pulpito). Entro questo ambiente variamente separato si sogliono disporre gli appartenenti alle comunità monastiche che, in quanto tali, erano maggiormente capaci di partecipare alla celebrazione.
Dall'epoca medievale all'età contemporanea, le chiese hanno conosciuto notevoli cambiamenti e la loro organizzazione spaziale è rimasta flessibile, malgrado la clericalizzazione conosciuta in occidente. Purtroppo però, l'introduzione dei banchi tra XIX e XX secolo ha contribuito a togliere dinamismo al rito e ha trasformato le chiese in «sale da spettacolo o in aule scolastiche in cui un uditorio inattivo non ha che da guardare di lontano ciò che i chierici eseguono e da ascoltare passivamente le loro istruzioni».
Ciò considerando, è tanto più evidente che il modello di chiesa impostosi nel XIX secolo non può essere considerato “canonico”: nella storia si trovano infatti esempi vari e flessibili. Fondamentale a questo riguardo è prendere coscienza del dinamismo del culto, tenendo in conto che la liturgia e il luogo che la ospita è il primo strumento di catechesi. E perché la partecipazione sia attiva, feconda e intelligente, come la Costituzione liturgica richiede, i ministri non devono essere separati dalla comunità, ma agire in mezzo a essa: e la disposizione dell'edificio dovrebbe favorire questa unione.
L'edificio inoltre dovrebbe essere conformato in modo tale da offrire un riferimento cosmico, tale da portare l'attenzione verso l'altare e, oltre questo, alla realtà superiore che esso simboleggia.
Importante è inoltre che vi sia flessibilità: quella che oggi è ostacolata dalla presenza dei banchi. Se si usassero sedie leggere, che si possono agevolmente disporre in vari modi a seconda delle necessità del momento, sarebbe più semplice liberare lo spazio della chiesa e così favorire il raccogliersi dei fedeli in luoghi diversi, durante la liturgia della parola e durante la liturgia eucaristica.
Un ambone più ampio, in grado di ospitare, oltre al presbiterio o al diacono, i ceroferari e il turiferario, darebbe maggiore forza all'annuncio della Parola.
Mentre, quanto a disposizione dell'altare, nelle chiese parrocchiali è necessario che si riduca il più possibile la separazione tra presbitero, ministri e l'insieme dei presenti. Questo implica che l'altare dovrebbe essere in prossimità dei fedeli stessi e che questi possano raccogliersi nella preghiera eucaristica a semicerchio dietro il celebrante, a sua volta rivolto all'altare.
In questo suo raccogliersi, la comunità dovrebbe presentarsi non chiusa in se stessa, ma aperta «alla Chiesa invisibile formata da tutti gli altri cristiani... e, al di là del mondo, sul Regno eterno». Ai progetti delle nuove chiese spetta quindi il compito di rielaborare in forma di spazio cultuale tali concetti.
 
21/11/2013
Un volume compatto e denso: non solo, anche propositivo. Scritto nel 1967, in epoca immediatamente postconciliare, già risponde a certe semplificazioni nell'interpretazione del legato conciliare stesso, quale può essere la riduzione della riforma liturgica alla disposizione dell'altare “verso il popolo”. La rievocazione storica è volta a superare pregiudizi diffusi in merito all'organizzazione dello spazio di culto in epoca paleocristiana. La disamina dell'evoluzione dei luoghi di culto insiste su due direttrici: 1) che tra clero e fedeli non vi dovrebbe essere una divisione; e 2) che quello della chiesa era e dovrebbe tornare a essere un luogo dinamico, non statico, in cui i fedeli si spostano per così partecipare con maggiore intensità ai momenti diversi della celebrazione.
La lezione che se ne cava è che non c'è un modello “ideale” di chiesa concretizzato in un'epoca specifica, poiché la sensibilità culturale ed ecclesiale ha dato luogo in diversi ambiti e in diversi momenti storici, a soluzioni diverse: osservando le quali oggi ci si può ispirare non per imitare opere compiute nel passato, ma per comprendere le “invarianti” che informano il luogo di culto pur nel cambiare dei tempi, ravvisabili nel dialogo serrato che sempre s'è registrato tra altare, ambone, luogo della presidenza e assemblea. Dialogo che peraltro si è modulato su diversi registri a seconda dell'epoca. La caratteristica più evidente nelle chiese “precostantiniane” consiste nella comune partecipazione tra fedeli e presbiteri alla celebrazione liturgica. Nel rispetto della evoluzione storica e della tradizione, oggi l'Autore propone di ri-interpretare la chiesa attuale, secondo i linguaggi artistici e architettonici contemporanei, rifuggendo dalle imitazioni del passato ma su di queste fondandosi, per ripresentare una chiesa dove il “popolo di sacerdoti” possa celebrare coi presbiteri, assieme rivolti a quella concretizzazione dell'Oriente che è il luogo dell'Eucaristia, inserito nella trama dei rapporti che lo legano alla globalità del complesso liturgico.
Il linguaggio di Bouyer è semplice, la comunicazione è immediata, le indicazioni concrete. Per questo la sua è un'opera destinata a restare attuale.
Un glossario in calce al volume aiuta la comprensione dei termini specialistici.
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