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Dom Hans van der Laan. Le opere, gli scritti

Alberto Ferlenga, Paola Verde

» Leggi l'intervista al prof. Francesco Dal Co
"L'eleganza dell'essenzialità" 

 
18/12/2013
03/06/2014
18/12/2013
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03/06/2014
 
 

18/12/2013
Titolo: "Dom Hans van der Laan. Le opere, gli scritti"
Autori: Alberto Ferlenga, Paola Verde
Editore: Electa (2000)
Numero pagine: 202
Prezzo: 38,00 euro
 
03/06/2014
L'opera di Dom Hans van der Laan, architetto e monaco benedettino. Un'opera pratica e teorica assieme, dove i due aspetti sono uniti in modo coerente, quanto è coerente il rapporto tra liturgia, vita monastica e progetto. I disegni di van der Laan, nel campo dell'architettura come della grafica e degli arredi, sono tutti presentati nella prima parte e nella parte centrale del volume, mentre la parte terminale presenta alcuni dei suoi scritti. Il volume è corredato da commenti introduttivi storico-critici degli Autori e curatori dell'opera.
 
 
18/12/2013
Alberto Ferlenga, architetto, è ordinario di Progettazione architettonica presso l'Istituto universitario di architettura di Venezia; ha un'ampia esperienza di docente anche presso altre Facoltà di architettura europee e statunitensi nonché di redattore, acquisita presso le riviste Lotus International e Casabella. Tra i suoi volumi: Africa, le città romane (Milano 1990), Joze Plecnik (con S. Polano, Milano 1990), Dimitri Pikionis 1887-1968 (Milano, 1998), Aldo Rossi, tutte le opere (Milano, 1999).
 
Paola Verde, architetto, si è laureata a Napoli con una tesi in progettazione che le ha meritato il premio dell'Accademia dei Lincei. Ha studiato l'opera di Van der Laan presso l'università di Delft.
 
In realtà anche Hans van der Laan (1904-1991) dovrebbe essere tra gli Autori di questo volume che non solo presenta la sue opere ma diversi suoi scritti. Figlio di un architetto di Leiden (Olanda), Hans ha maturato assieme la sua duplice vocazione di monaco e di progettista e l'ha compiutamente praticata nelle sue diverse opere.
 
18/12/2013
«Il rigoroso percorso teorico di Van der Laan è il diretto responsabile di un'architettura che appare sottoposta a un processo di spoliazione mirato dell'essenza della forma. Per questo le sue opere possono apparire, a un primo sguardo, eccessivamente concettualizzate, rigide, improntate a un razionalismo radicale; una conoscenza più attenta permette però di comprendere come il meccanismo di depurazione formale cui è sottoposta la sua architettura abbia in realtà lo scopo di rimettere in gioco l'originaria gerarchia che domina la vita delle forme, perduta nei secoli sotto strati di belletto. In una lettera degli anni settanta che ha per oggetto la costruzione del convento di Roosenberg, Van der Laan cita brani da Citadelle di Saint-Exupèry: a colpirlo è la descrizione che il protagonista fa del palazzo paterno, “il palazzo... dove tutti i passi avevano un senso”. In quella recente lettura ritrova la propria ricerca e i fini che persegue con le sue opere. Il palazzo descritto da Saint-Exupèry ha un cuore, “perché sia possibile avvicinarsi e allontanarsi da qualcosa”; ogni sua parte deve obbedire a una sola funzione, affinché ci si possa orientare meglio, e c'è una stanza “costantemente tenuta vuota, di cui nessuno conosce l'uso e che forse non ne ha alcuno se non insegnare il senso del segreto”. Van der Laan trova conferma anche alla propria idea di vicinanza tra liturgia e architettura. Scrive infatti l'autore del Piccolo Principe: “I riti sono nel tempo ciò che la dimora è nello spazio”; commenta l'architetto: “L'edificio con la sua gerarchia di spazi culminante nella chiesa consacrata rappresenta per lo spazio ciò che la liturgia, con il suo ciclo di feste culminanti nella Pasqua, rappresenta per il tempo”. Parole da cui trapelano un'idea dell'edificio come percorso sacro e dell'architettura come sua scena necessaria, ma anche lo sforzo affinché questo intento sia evidente a tutti nell'opera costruita, senza che vi sia bisogno di fare ricorso ad alcuna mediazione che ostacoli l'espressività della pura forma». (Pag. 9, dallo scritto introduttivo di Alberto Ferlenga “Dom Hans van der Laan architetto”)
18/12/2013
Scompare ogni decorazione, nei progetti di Van der Laan, evidenzia Ferlenga nel saggio introduttivo, ma resta evidente l'aspetto simbolico dei suoi edifici. E questo deriva dalla composizione dei volumi invece che dagli effetti di superficie. Seguendo la lezione di s. Benedetto gli edifici sono intessuti di percorsi precisi e dominati da una geometrica relazione tra i diversi ambienti che costituiscono in tal modo un'armonia generale. La bellezza deriva da questa armonia complessiva che Van der Laan intuisce e cerca di sistematizzare nel concetto di “numero plastico”. Un concetto, appunto, non tanto un sistema numerico: volto a superare l'eccesso di astrazione raziocinante contenuto nell'uso di serie numeriche e di misure standardizzate. Come spiega Dom Xavier Botte, studioso del pensiero di Van der Laan: “Mettere in rapporto lo spazio con il numero esige un sistema di misurazione non arbitrario, come quelli di cui ci serviamo abitualmente, ma che costituisca una risposta organica alla natura della quantità continua in quanto tale. Dal confronto fra la grandezza della casa e l'estensione spaziale della natura scaturisce l'elaborazione di un numero che esprima questa grandezza e, attraverso questa, tutte le forme e gli spazi architettonici. Questo numero è chiamato plastico perché ha che fare a un tempo con la grandezza continua propria degli spazi e delle masse e con la grandezza discontinua del numero astratto che solo permette alla nostra intelligenza di contare. Grazie a questo numero particolare la casa diventa per colui che l'abita un bene non solamente materiale, ma anche spirituale” (dall'introduzione a L'espace architectonique, edizione francese dell'opera di Van der Laan De architectonische ruimte, Leiden 1969).
Ferlenga spiega come Van der Laan operi con oggetti comuni, che si riferiscono, sia alle parti architettoniche, sia ai veri e propri oggetti che corredano le architetture, ma sono sottratti alla loro semplice funzionalità quotidiana per elevarli al rango di espressioni dell'idea stessa di oggetto legato alla finalità sua propria e allo stesso tempo capace di trascenderla nella valenza simbolica che gli si addice nel contesto monastico. Così, spiega Ferlenga, secondo Van der Laan ogni architettura si muove dalla casa, “intesa come elemento di mediazione tra l'uomo e il mondo naturale, e dai principali elementi che la compongono: il pilastro, il muro, la cellula, la corte... partendo da queste premesse i suoi progetti non sono altro che case; case che sorgono in luoghi diversi, case dilatate, case per i religiosi, case per gli uomini o per Dio”.
 
Storia ed emozione sono da Ven der Laan intese non come finalità evidenti, bensì come silenti memorie che emergono con qualità poetica dove l'ordine che l'architettura pone diviene cornice capace di ospitare lo scorrere della vita e l'agire dell'essere umano: i suoi riti, il suo pregare e il suo operare. Per spiegare l'approccio progettuale del monaco, Ferlenga richiama anche l'architettura Zen e il rapporto tra esterno e interno che dia un senso alla diversità degli ambienti senza con questo strapparli al paesaggio in cui si inseriscono e di cui fanno parte.
Nel suo percorso formativo Van der Laan si immerge nello studio di diversi esempi fondanti per l'architettura e in particolare per l'architettura con finalità cultuale. Così indaga le basiliche di San Pietro e di Santa Sofia, ma anche il complesso monumentale neolitico di Stonhenge in cui ritrova da un lato l'essenzialità delle forme geometriche che di per sé dicono di come l'architettura pone ordine non contro né al di sopra della natura, bensì nel contesto della natura, e di come riesce a farlo senza ricorrere a espressioni stravolgenti o clamorose, bensì di assoluta essenzialità. Purtuttavia ricca di significato proprio nelle relazioni geometriche delle forme e delle disposizioni. Secondo i principi di euritmia che riguardano l'insieme dell'edificato e di simmetria che riguardano i rapporti metrici intrinseci agli elementi che questo compongono.
 
Segue un'autobiografia di Van der Laan, dal titolo “Il quadro liturgico dell'abbazia di Vaals”. Perché questa abbazia è la sua opera maggiore, ed è quella dove egli visse la sua vocazione monacale. Così l'autobiografia serve per condurre a una comprensione di come l'architetto monaco ha elaborato la sua opera maggiore.
Van der Laan descrive la sua vita come divisa in due, cronologicamente, dalla seconda guerra mondiale. Con questa scomparvero i suoi docenti e i suoi genitori e si ritrovò adulto. Reso capace di affrontare la vita grazie al suo precedente percorso, che vede a sua volta diviso in tre fasi.
Da bambino, l'esplorazione del mondo: entrare nei cortili di Leida e quindi, per curarsi la tubercolosi, riposare osservando la natura con un binocolo.
La seconda fase, dopo la terapia anti tubercolosi, fu dedicata al “fare”: costruire mobili, apprezzare l'artigianato, sviluppare un'avversità per il taylorismo (conosciuto anche come fordismo: la catena di montaggio quale principale strumento produttivo) di cui gli aveva parlato un amico ingegnere. E quindi cominciare a lavorare nello studio di architettura del padre, dedicandosi al disegno mentre comincia gli studi di architettura a Delft.
La terza fase riguarda l'ingresso nel monastero di Oosterhout: “dopo la natura e la società, ecco la conoscenza della liturgia; non più la vita del fare, ma il pregare”. E anche il primo incarico, ricevuto nel 1938: per costruire un alloggio per gli ospiti accanto all'entrata nel convento. E dopo questa, la richiesta di procedere anche al progetto di una nuova chiesa per il monastero: progetto per il quale prese ad annotare quanto andava discutendo con i monaci e con altri architetti.
E dopo la guerra, la necessità di ricostruire le chiese danneggiate, impegno per il quale fu incaricato tra gli altri anche suo fratello Nico van der Laan. Ma soprattutto l'occasione di prendere parte a un processo di discussione con tanti altri coinvolti in queste opere.
E infine l'incarico nel 1956 di completare l'abbazia di Vaals, costruita a partire dal 1923, ma lasciata incompiuta. Ora per quest'opera, che sarà completata nel 1986, può raccogliere tutta l'esperienza e le conoscenze acquisite. Tra queste un'azienda tessile capace di seguire le sue indicazioni nel disegno e nella coloritura delle stoffe per gli arredi liturgici; un orafo capace di eseguire il vasellame secondo il principio della “nobile semplicità”; un ebanista che lavorava con l'ing. Fokker (noto per gli aeroplani) cui affida la realizzazione dei modelli architettonici e dei mobili.
E infine la sua partecipazione a un corso di architettura per la liturgia tenuto da suo fratello Nico a Den Boch. In tale contesto prende forma il problema del numero plastico: “Il vero problema della definizione quantitativa, della grandezza delle cose che facciamo, sta nel fatto che essa è non aritmetica ma geometrica; non discreta, come il nostro numero astratto, ma continua, come la grandezza concreta...:”. Si tratta di comporre la necessità del contare inteso come attività intellettuale astratta, e il fare artistico, inteso come attività creativa.
Il numero plastico si configura come la ricerca dell'armonia  interna tra le parti di un edificio complesso in cui si individuano gli elementi più piccoli i quali a loro volta si rapportano con quelli maggiori e col volume generale. A tale numero plastico si assoggettano non solo gli edifici, ma gli arredi, il vasellame, gli abiti, i mobili. Il tutto alla ricerca della “nobile semplicità”, espressione “che va attribuita personalmente a papa Paolo VI e dev'essere la parola d'ordine per tutto ciò che sarà realizzato” quanto ad architettura e arredi.
 
La parte centrale del volume presenta in ordine cronologico i progetti – realizzati e non – di Van der Laan.
 
Il primo è la cappella votiva a Helmond, Olanda (1948), con Nico van der Laan. Demolita e ricostruita nel 1995.
Costruzione a pianta ottagonale voltata all'interno. Con nicchie ad arco esterne e archi inseriti nella muratura anche a mo' di decoro plastico.
 
Ampliamento dell' abbazia di San Benedetto a Vaals, Olanda (1956-1986), con Nico van der Laan e Rik van der Laan.
Il progetto originario era stato affidato a Dominikus Böhm nel 1922. Ma i lavori furono interrotti per carenza di fondi e poi per l'insorgere della guerra, dopo la quale l'edificio fu usato come caserma e come ostello per le famiglie rimpatriate. Nel 1947 l'edificio fu affidato all'abbazia di Oosterhout che nel 1956 incaricò van der Laan per completare le parti mancanti: la chiesa, la biblioteca, la sagrestia, un nuovo chiostro con galleria aperta circostante.
All'arrivo di Van der Laan l'abbazia è costituita da un edificio a corte chiuso, reso austero delle forme storicizzanti e dal mattone a vista. All'interno, attorno al cortile centrale, trovano posto l'alloggio dell'abate, il chiostro, il refettorio e le celle su tre livelli”.
Van der Laan inserisce nuovi spazi tra quelli esistenti, elimina la scala-torre cilindrica nel chiostro, aggiunge bassi portici sul lato nord e aperture sul lato sud.
Le nuove costruzioni sono la cripta, seminterrata nella pendenza del colle (1961).
La chiesa (1967), composta da un ingresso con portineria in un corpo basso e allungato da dove si accede a un atrio aperto su due livelli “simile al peristilio di una casa romana”. Da una scala contenuta nello spazio di un portico si sale quindi alla chiesa. “...L'atrio, in relazione diretta con il cielo e simile a una sala scoperchiata, è uno dei luoghi più suggestivi... Riveste il ruolo di soglia tra la zona pubblica e la zona di clausura e la sua architettura è permeata da una classicità spoglia di ogni enfasi”. All'interno la chiesa si compone di una navata centrale percorsa su tre lati da una galleria. Finestre rettangolari nella fascia superiore fanno filtrare la luce dall'alto.
L'altare è culmine della navata centrale affiancato dai banchi dei monaci; di fronte all'altare altri banchi a schiera sono destinati ai fedeli esterni al monastero. Tutti gli arredi sono disegnati da Van der Laan,
Il campanile è una piccola torre a base rettangolare e poggia a un lato del peristilio d'ingresso.
La biblioteca e la sacrestia (1986) si trovano in un corpo di fabbrica autonomo coperto con tetto a falde. La biblioteca, a pianta rettangolare, occupa uno spazio a doppia altezza ed è divisa da una pilastratura in due ambiti non simmetrici: di passaggio e per le scaffalature.
Il chiostro superiore e la galleria aperta. Un lato è preesistente e Van der Laan completa il perimetro del chiostro con una galleria aperta che funge da filtro tra monastero e natura circostante.
Non sfugge al controllo dell'architetto, neppure lo spazio esterno, la cui costruzione non è dissimile da quella dell'edificio.... Van der Laan accenna a una sorta di simulazione urbana, dove gli alberi richiamano gli allineamenti degli edifici e le radure le piazze”. In una di questa stanno le sepolture dei monaci, tra i quali lo stesso Van der Laan.
 
Tra gli altri progetti, è interessante considerare quello del Convento per le suore francescane a Waasmunster-Roosenberg in Belgio (1972-75), insieme con Nico van der Laan e con P.E. Vloed. Composto da una parte dedicata alla clausura e una parte aperta. L'elemento più caratteristico è la chiesa, a base quadrata sulla quale si eleva un volume ottagonale con finestre nella fascia superiore.
 
L'abbazia benedettina delle Sorelle di Maria Madre di Gesù a Marivall-Tomelilla in Svezia (1978-82), con Rik van der Laan e Rudi de Bruin, è l'ultima opera di Hans van der Laan.
Il monastero è stato inaugurato nel '91, anno della morte di Van der Laan e la chiesa è stata completata nel '95.
Sono previsti due chiostri, uno solo dei quali era costruito al momento dell'uscita del libro.
Ogni corpo di fabbrica, per quanto parte del tutto unitario dell'abbazia, si profila come autonomo grazie al fatto che il suo volume fuoriesce dall'allineamento con il corpo contiguo.
 
L'opera dedicata a Van der Laan è completata da una parte incentrata sugli arredi, i mobili e i paramenti da lui disegnati. La filosofia di Van der Laan al proposito è riassunta da quanto da lui scritto in Liturgie en Architectur (Gent, 1978): “Abitazioni, vesti, vasellame, libri e quadri della vita quotidiana sono rappresentati da un'unica 'aula', una sala che propone la forma elementare dell'abitazione in tutta la sua purezza; da una gamma ristretta di tonache, nel cui taglio si danno a vedere le forme primitive dell'abbigliamento umano; da oggetti che sono i tipi di quelli da noi utilizzati per l'alimentazione, cibo o bevanda; dal libro per eccellenza, la Sacra Scrittura; e dalle effigi, infine, del Salvatore e della Madre”.
 
Infine un florilegio di scritti di Van der Laan, da cui risulta evidente la sua ricerca della “nobile semplicità” negli oggetti di uso comune trasfigurati per fini liturgici e la sua attenta e minuziosa analisi di un luogo quale Sonehenge, che egli considerava un prototipo di essenzialità geometrica significativa dell'ordine cosmico ed essenziale che ambiva realizzare nelle proprie architetture.
03/06/2014
Hans van der Laan rappresenta un caso veramente unico, di persona che ha attivamente studiato l'architettura sul piano storico e teorico, sviluppando una propria teoria e applicandola in modo coerente e sistematico, avendo pieno dominio, sia della materia disciplinare, sia della cultura ecclesiale. Come notano gli Autori del volume, la prima impressione di chi ne osservi le opere è che Van der Laan sia un convinto esponente del movimento razionalista: del resto ha studiato proprio nell'epoca in cui il razionalismo fioriva. Ma la sua opera nasce da profondità che trascendono la semplice impostazione ideologica, ed esprimono un'assoluta originalità di pratica vissuta. Il “razionalismo” di Van der Laan è veramente il moderno stile romanico nel quale non v'è separazione tra struttura e forma architettonica, e lo spazio definito dagli edifici è intessuto di fede praticata, attivamente e intensamente condivisa in un contesto comunitario. Qualcosa che richiama la migliore cultura medievale.
Colpisce, nelle architetture illustrate, quanto la luce contribuisca a sottolineare il significato degli ambienti, generando atmosfere di serenità ascetica. Ma Van der Laan non parla di studi particolari da lui svolti su questo tema specifico, bensì solo dei rapporti geometrici e delle scansioni ritmiche consoni all'abitare dell'essere umano. Per il monaco architetto il rapporto tra essere umano e ambiente costruito è primario, tutto il resto consegue naturalmente.
Il volume consente di comprenderne l'opera, sia grazie all'ampia riproduzione di testi da lui firmati, sia grazie alla contestualizzazione offerta dai saggi critici e dalle schede informative che lo corredano, sia – soprattutto – grazie alla ricchezza di riproduzioni di disegni progettuali, di disegni di studio e di fotografie delle opere realizzate.
 
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