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Casa tra le case. Architettura di chiese a Torino durante l'episcopato del cardinale Michele Pellegrino (1965-1977)
Carla Zito»Leggi l'intervista al Prof. Franco Cardini
"Il segno della chiesa nella città"

 
26/02/2014
26/02/2014
26/02/2014
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06/03/2014
 
 

26/02/2014
Titolo: “Casa tra le case. Architettura di chiese a Torino durante l'episcopato del cardinale Michele Pellegrino (1965-1977)”
Autore: Carla Zito
Editore: Effatà Editrice (2013)
Numero pagine: 160
Prezzo: 18,00 euro
 
 
26/02/2014
La Diocesi di Torino è stata, per ovvi motivi relativi alla rapida espansione urbana nel secondo dopoguerra, tra le più attive nella costruzione di chiese nel corso degli anni Sessanta e Settanta. Due uffici diocesani si sono trovati a interagire, l'Ufficio liturgico dotato di una Sezione arte sacra, e l'Opera Nuove Chiese, nota come Torino-Chiese. Il primo composto da importanti personalità di estrazione accademica, il secondo necessitato a rispondere all'urgenza dell'espansione urbana accompagnata dal formarsi di nuovi nuclei parrocchiali. Il tutto in un contesto di relativa povertà, assunta dai responsabili diocesani come momento caratterizzante la vocazione missionaria della Chiesa torinese in quell'epoca di grandi cambiamenti sociali guidati dal tumultuoso processo di crescita della città-fabbrica. I centri parrocchiali eretti in quel periodo testimoniano l'epoca, densa di passioni e di difficoltà. Oggi resta la domanda, se non potesse aggiungersi, a quelle condizioni di necessità, anche un anelito: non di ricchezza, ma di bellezza.
 
26/02/2014
Carla Zito (Napoli, 1978), architetto, è dottore di ricerca in Storia dell'Architettura e dell'Urbanistica e assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Progettazione architettonica e disegno industriale del Politecnico di Torino. Per la sua tesi dottorale che studiato le chiese torinesi del dopoguerra in quanto frutto dell'opera pastorale della diocesi. Sul rapporto tra architettura e liturgia ha pubblicato diversi saggi e presentato relazioni in convegni internazionali.
 
26/02/2014
«Dopo il relativo torpore degli ultimi anni di episcopato del cardinale Maurilio Fossati, che pure ha favorito l'esperienza dei cappellani del lavoro e dei preti operai, la diocesi torinese guidata da Padre Pellegrino segue con attenzione le trasformazioni di una città ridotta troppo spesso al luogo comune di company town monoculturale. Con un tempismo inconsueto e forse anche qualche audacia procedurale, l'Opera Nuove Chiese – braccio armato di un'attenzione pastorale per forza di cose energica, intraprendente persino ai limiti della liceità – avanza in quelle aree che ancora non si configurano (e talvolta non si configureranno nemmeno in futuro) come quartieri, dove solo la residenza a media e alta densità pare trovare i propri spazi, insieme alle infrastrutture primarie. Chiese, che non sono ancora chiese ma semplici aule per la preghiera, finiscono per costituire il primo (e talvolta l'unico) centro di aggregazione per una popolazione quasi mai autoctona, alle prese con prevedibili, quotidiani problemi di integrazione – dalla lingua alle abitudini alimentari – che è ala ricerca di luoghi identitari in una realtà pressoché sconosciuta, peraltro non sempre amichevole. I “cantieri dell'arcivescovo”, tuttavia, non si limitano alla costruzione di nuove chiese e complessi parrocchiali in tempi rapidi e in modi talvolta poco ortodossi. Si tratta, infatti, di cantieri complessi, che rispecchiano la personalità del loro promotore». (Dalla Postfazione di Sergio Pace, pag. 107).
 
26/02/2014
Nella sua Prefazione, mons. Giancarlo Santi osserva che la ricerca della Zito si inserisce entro un dovuto ripensamento sul Concilio Vaticano II (1962-65): a cinquant'anni dall'evento c'è la possibilità di tentare un'analisi che in questo volume si appunta su quanto avvenuto nella diocesi di Torino soprattutto per quel che attiene all'architettura religiosa «considerata nel contesto della città e del suo sviluppo».
La prima parte del volume è dedicata all'ambientazione nel contesto storico  entro il quale si manifesta quanto avviene nella capitale piemontese: la ricostruzione postbellica, il diverso «modello di convivenza tra il civile e il sacro» che vede la chiesa non più come momento centrale delle espansioni urbane, l'influsso di quanto il movimento liturgico aveva già elaborato e che già trovava riscontro soprattutto in alcune chiese edificate in area germanica, l'abbandono di modelli tipologici preferiti dalla Chiesa,  il grande impulso innovatore del Concilio, le sperimentazioni, i dibattiti, le nuove sensibilità che si esercitavano soprattutto nella Bologna di Lercaro e nella Milano di Montini a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta.
Gli effetti della seconda guerra mondiale resero necessaria la ricostruzione di circa milleduencento chiese, al che si sommò l'impetuoso sviluppo urbano: «Sono questi gli anni in cui l'ideologia del quartiere catalizza l'attenzione degli urbanisti e a partire dal 1949, con l'istituzione del piano Fanfani, si procede alla costruzione di nuovi quartieri operai, posti  cerniera tra città e campagna» scrive la Zito. 
In quegli anni la Pontificia Commissione Centrale per l'Arte Sacra (PCCAS), che operò dal 1924 al 1989 cercava le vie del dialogo col mondo delle arti, nel contesto in cui la storica consuetudine si vedeva superata dai rapidi cambiamenti che avvenivano in tutti gli ambiti della cultura: quale potesse essere il volto della chiesa edificio del XX secolo era un problema aperto.
A Torino il compito di dotare di edifici di culto le periferie che stanno sorgendo è attribuita all'Opera Diocesana Preservazione della Fede (ODPF), al cui interno sorse l'Opera Nuove Chiese, nota come Torino-Chiese, il tutto sotto la direzione di mons. Michele Enriore.
E l'ODPF nel 1960, essendo arcivescovo il cardinal Maurilio Fossati, presenta il suo primo piano per le nuove chiese nella pubblicazione “I cantieri dell'Arcivescovo”: esso prevedeva l'acquisto di 53 terreni e l'apertura di 54 cantieri. Questo piano fu aggiornato negli anni successivi.
Quando al card. Fossati nel 1965 successe il card. Michele Pellegrino, questi si  impegnò al fine di far vivere entro la diocesi le indicazioni emerse nel Concilio, alla cui fase finale aveva partecipato. «L'impegno principale dell'episcopato di Pellegrino – scrive la Zito – è stato nel far incontrare cristianesimo e cultura laica, riconoscendo in questa mediazione una nuova via evangelizzatrice».
Nel contesto della città operaia, meta di forte immigrazione, la scelta del vescovo va verso il linguaggio della povertà e della semplicità e questo necessariamente deve trovare riscontro nei nuovi edifici di culto. Come scrisse il card. Pellegrino nel 1966: “Nella costruzione e nell'arredamento delle chiese e dei locali richiesti dallo svolgimento delle attività pastorali è necessario evitare le spese non richieste dalle esigenze funzionali e da un decoro rettamente inteso, che nulla ha a che fare con la ricchezza e lo sfarzo” (da: Camminare insieme. Linee programmatiche per una pastorale della chiesa torinese).
Allo scopo di favorire l'attuarsi della riforma liturgica, nel 1966 Pellegrino istituì l'Ufficio Liturgico Diocesano, al cui interno sorse la Sezione arte Sacra (SAS), che si valse subito dell'opera di valenti progettisti e studiosi quali Mario Federico Roggero, Giuseppe Varaldo, Roberto Gabetti, e quindi anche del teologo Giacomo Grasso, dell'urbanista Franco Corsico e del filosofo Diego Marconi, i quali tutti diedero vita per diversi anni a una Commissione Tipologica volta a studiare l'architettura dei luoghi di culto, dell'assetto liturgico, degli oggetti per il culto, allo scopo di fornire indicazioni valide per la progettazione e per la valutazione dei progetti presentati nell'ambito della diocesi.
Nacque così la dinamica dialogica tra Torino-Chiese e la SAS; quello, indirizzato a rispondere ai bisogni dei nuovi quartieri, con pochi denari e con l'obbligo morale di far nascere centri pastorali, luoghi di ritrovo parrocchiale, chiese, che  potessero essere recepiti quali case tra le case, ovvero privi della monumentalità che caratterizzava le chiese storiche; questa, indirizzato a difendere la qualità del progetto, a prescindere dai problemi economici, proprio perché il buon gusto non comporta lo sfarzo. Torino-Chiese mosso dall'urgenza, la SAS ispirata a una più attenta riflessione.
In questa dinamica ha finito per prevalere la tendenza a rispondere alle urgenze nel modo che appariva più semplice. Come riferisce la Zito: «Monsignor Michele Enriore è l'anima di un processo che si è realizzato in sessant'anni, quelli del suo sacerdozio (1943-1995), lasciando come eredità circa centosettanta chiese costruite nella diocesi di Torino: un'ingente operazione di costruzione valutata nel suo complesso molto negativamente». Alla quantità di edificazione corrispose insomma una scarsa qualità.
Non che manchino esempi di pregio: nel volume si citano per esempio le chiese di Gesù Redentore a Mirafiori (inaugurata nel 1957), progettata da Nicola e Leonardo Mosso, e la chiesa di Santa Teresa di Gesù Bambino, il cui progetto fu elaborato negli anni 1957-1961 da Gianfranco Fasana, Maria Carla Lenti, Giuseppe Varaldo, Gian Pio Zuccotti e Giovanna Zuccotti.
  
Negli anni successivi la rapida crescita della popolazione urbana e la straripante espansione delle periferie (dal '65 al '70 il numero di parrocchie in Torino passa da 81 a 93, nelle periferie ne sorgono altre 6), insieme con la secolarizzazione in corso (nel 1968 la quota di praticanti in città scende sotto il 26 per cento) impone una forte pressione su chi si deve occupare di dotare le periferie dei centri religiosi. Nel suo intervento per la Giornata delle nuove chiese del 1969 il vescovo annunciava la necessità di far sorgere altri 25 nuovi centri di culto “in un immediato futuro”. Le aree disponibili erano scarse, spesso sacrificate, di risulta e tuttavia i centri parrocchiali erano tanto più necessari quanto meno esistenti erano i servizi sociali. In pratica, la Chiesa si trovava a svolgere una funzione suppletoria rispetto alle Autorità pubbliche, a fronte della necessità di fornire le periferie di luoghi di aggregazione.
In questa situazione, nel 1967 la diocesi bandisce un importante concorso per la realizzazione di tre centri parrocchiali, organizzato congiuntamente da Torino-Chiese e dalla SAS: un importante tentativo per compaginare urgenza e qualità attraverso il confronto e la scelta tra diversi progetti. Il bando prevedeva di proclamare un vincitore, un secondo e un terzo: al vincitore sarebbe stato affidata la costruzione della chiesa per l'area denominata E11. Tra gli altri partecipanti sarebbero stati scelti i progetti per le altre due aree.
Vinse il gruppo composto da Domenico Bagliani, Andrea Bersano-Bergey, Virgilio Corsico (capogruppo), Sisto Giriodi, Erinna Alessandra Roncarolo con don Franco Delpiano consulente liturgico, con un progetto che prevedeva un centro parrocchiale raccolto come un “anello aperto”, unito da una continuità di coperture che si elevavano con particolare evidenza sopra la chiesa.
  
Ma non fu realizzato, né si realizzò il successivo progetto commissionato allo stesso gruppo: prima per motivi economici poi per problemi burocratici, cui si aggiunse il desiderio della comunità parrocchiale di continuare a usare l'aula provvisoria seminterrata di cui già disponeva, in attesa che fossero completati i servizi sociali del quartiere.
 
Dal 1978 la comunità si impegnò in un'opera di autocostruzione, completata nel 1982.  Insomma, un progetto di notevole qualità  non poté essere compiuto. Neppure il secondo classificato (il gruppo composto da Domenico Mattia, Ugo Mesturino – capogruppo – Giorgio Rovero e Giulio Pizzetti) ha visto il proprio progetto realizzato. È stato invece realizzato in parte il progetto del terzo classificato (gruppo composto da Luciano Re, Aldo Vacca Arleri – capogruppo – ed Elena Tamagno), per la chiesa Maria Madre della Misericordia.
  
Furono inoltre segnalati altri quattro progetti: quelli di Carlo Graffi e Carlo Mollino; di Franco della Role e Pierpaolo Jorio;  di Maria Carla Lenti, Paolo Maggi, Gian Paolo Zuccotti e Giovanna Zuccotti; di Roberto Cerrato, Luca Deabate e Pompeo Trisciuoglio.
Quel concorso resta tuttavia come importante esempio di un sistema procedurale volto a ottenere nuovi centri parrocchiali di qualità (tra l'altro i progetti erano presentati in forma anonima) e i suoi risultati sono comunque entrati nella cultura dell'architettura ecclesiastica contemporanea.
Che a Torino la scelta “pauperista” non dovesse comportare edifici ecclesiali privi di qualità formali o simboliche, è dimostrato dal centro religioso dei Santi Apostoli di Piossasco, realizzato in prefabbricazione nel 1968 da Roberto Gabetti, Aimaro Isola e Luciano Re.
 
Scrive la Zito: «A Torino negli anni di Pellegrino la polifunzionalità della costruzione cultuale è intesa come flessibilità edilizia che risponde fedelmente all'esigenza della funzionalità, nei termini di precarietà, provvisorietà e antimonumentalità. Nasce così un'architettura come opera temporanea, realizzata per mezzo di elementi prefabbricati, di uso comune per i capannoni industriali, espressione della Chiesa cristiana secolarizzata».
La chiesa di Piossasco risponde a queste caratteristiche pur manifestando un grado di dignità marcatamente diverso da quello che ottiene la maggioranza degli altri progetti di centri parrocchiali. Molti di questi furono realizzati come aule polivalenti e restarono poi come chiese.
In appendice al volume sono presentati 22 esempi di chiese nuove torinesi costruite perlopiù nel corso degli anni Settanta.
 
Tre esempi di chiese realizzate con elementi prefabbricati (1,2,3).
Tre esempi di chiese, nel contesto dei palazzi di periferia (1,2,3).

La conclusione è tratta nella Postfazione: «Le chiese postconciliari a Torino sono povere – scrive Sergio Pacenon tanto perché non vi abbondino decorazioni raffinate o materiali pregiati. Sono povere, e ancor più lo sembrano, perché concedono pochissimo alla dimensione simbolica, quasi ultraterrena che, da secoli, è associata all'edificio sacro.... Quelle chiese, quei saloni polifunzionali trasformati in improbabili luoghi di preghiera e spiritualità, a distanza di anni appaiono strani, sgradevoli, letteralmente deformi poiché non conformi a un'idea riconoscibile di spazio sacro».
Oggi quella Torino «probabilmente è scomparsa e quegli edifici parlano ormai di un mondo che non esiste più. Dimenticarlo, tuttavia, equivarrebbe a cancellare una parte importante della memoria novecentesca».
 
06/03/2014
Il volume ha il notevole merito di illustrare con dovizia di particolari la dinamica che impegna anzitutto la responsabilità del committente a fronte della necessità di realizzare opere edilizie. Tale responsabilità si misura con la cultura del momento e con le specifiche condizioni sociali: il caso in oggetto è particolarmente significativo poiché la città di Torino ha visto esacerbati quanto altri mai in Italia i problemi derivanti dal rapido espandersi delle periferie in condizioni di forte immigrazione che, seppure interna, era costituita da persone latrici di culture e modi di vivere piuttosto differenti rispetto a quelli consueti nel capoluogo piemontese. La documentazione è dettagliata e consente di abbracciare la completa vastità delle problematiche coinvolte: che riguardano i rapporti tra Chiesa e Stato, i rapporti tra diocesi e autorità locali, tra diocesi e autorità centrali ecclesiastiche e, soprattutto, tra diocesi e comunità di fedeli. Il tutto sullo sfondo della ventata riformatrice del Concilio, delle condizioni economiche e delle tendenze tecnologiche e culturali dell'epoca.
Risulta molto interessante la parte relativa al Concorso del 1967, anche perché, a riprova di quanto questi eventi contribuiscano alla formazione di una cultura dell'architettura, il progetto vincitore presenta un'idea compositiva che è stata più tardi ripresa con successo dallo studio torinese di Gabetti e Isola, per esempio per la chiesa di Santa Maria in Zivido di San Giuliano Milanese, vincitrice del concorso “Progetti Pilota” della Conferenza Episcopale Italiana nel 1999.
Nato come tesi dottorale, il lavoro della Zito è molto analitico: diventa quindi particolarmente significativa la postfazione di Sergio Pace, cui è affidato il compito di sintetizzare una veduta d'insieme e di esprimere una chiara valutazione sulla tendenza predominante che si è manifestata nelle chiese costruite a Torino dagli anni '60 del Novecento.
 
 
 
 
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