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Chiese per il nostro tempo

Roberto Gabetti

» Leggi l’intervista al Prof. Aimaro Isola
   "Architettura intesa come dialogo"

 
19/04/2012
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19/04/2012
19/04/2012

19/04/2012
Titolo: “Chiese per il nostro tempo. Come costruirle, come rinnovarle”
 
Autore: Roberto Gabetti (con tavole illustrative di Luca Reinerio)
Editore: Elledici (anno 2000)
Numero pagine: 182
Prezzo: 16,53 euro




 
19/04/2012
L'evoluzione del rapporto tra architettura e liturgia a partire dagli inizi del Movimento liturgico, esaminata al fine di promuovere una migliore reciproca conoscenza tra le due discipline. La ricerca dell'identità della chiesa edificio nel contesto della cultura contemporanea, accogliendo e approfondendo quanto il magistero della Chiesa ha proposto in particolare dal Concilio in poi. Come scrive il card. Ennio Antonelli nella Presentazione: “Questo volume nasce nel clima di Torino, ma è sensibile a tutto quanto è avvenuto in Italia e nel contesto europeo; parla di architettura e di economia, di politica e di arte, perché l'architettura è parte viva della cultura...”.

19/04/2012
Roberto Gabetti (Torino, 1925-2000), già allievo di Giovanni Muzio, dal 1950 ha insegnato al Politecnico di Torino dove dal '67 ha ricoperto la cattedra di Composizione architettonica, affiancando all'attività accademica quella professionale, nello studio fondato con Aimaro Isola. Sin dalla metà degli anni '50 alcuni progetti del suo Studio (la Borsa Valori di Torino e la Bottega di Erasmo) hanno acquisito rilevanza internazionale. Tra le tante opere realizzate, si segnalano molte chiese nuove, dal disegno “vernacolare”, in diverse parti d'Italia (ma non nella sua diocesi). Dal 1974 ha diretto la Sezione Arte Sacra dell'Ufficio liturgico della Diocesi di Torino. Uno dei “maestri” dell'architettura contemporanea italiana.
19/04/2012
«Non basta oggi “fare come sempre si è fatto”, né in ambito di Chiesa né in ambito di architettura: occorre invece cogliere le occasioni significative come oggetto di esperienza. Perché il tentativo abbia successo per la progettazione di nuove chiese, interessa quindi passare a una fase di approfondimento del rapporto tra architettura e liturgia. Lungo questo percorso arduo, si possono incontrare alcune circostanze pratiche che possono servire da incoraggiamento. È luogo comune affermare che qualsiasi attore che interpreti un personaggio di scena debba «entrare nella parte»; così l'architetto, che sia chiamato a realizzare una chiesa, non deve conoscere soltanto il tema, ma deve saperlo interpretare. Spinti da un generico ecumenismo – di cui si parla tanto - molti architetti trascurano le difficoltà che l'argomento specifico - progetto di una chiesa cattolica - comporta: parlando a orecchio, mettono assieme tante religioni, tracciando percorsi improbabili. Rara è la convinzione di lavorare all'interno di una delle tre “religioni del libro”...».

19/04/2012
L'excursus analitico parte dall'epoca in cui, dopo le devastazioni seguenti alla rivoluzione francese, si pose il problema di recuperare le chiese medievali danneggiate. L'epoca in cui fiorì la disciplina del restauro che ebbe in Viollet-le-Duc uno dei massimi esponenti, ma anche l'epoca in cui mosse i primi passi il Movimento liturgico. In breve sintesi l'A. ripercorre l'evolversi del dialogo tra architettura e Chiesa, con la convinzione che il ruolo della prima sia fondamentale anche nel proporre nuovi modi di manifestarsi della liturgia, ovvero che l'architettura delle chiese non si limiti a offrire un luogo fisico ove svolgere le celebrazioni ma, in quanto espressione intrinseca alla cultura del tempo, ne influenzi direttamente il modo di dispiegarsi. L'A. si sofferma sul modo in cui, con l'emergere in architettura del Movimento moderno e in particolare con l'irrompere dell'attenzione per l'essenza degli edifici e per il loro significato nella storia, si imponesse anche un ripensamento sulla struttura delle chiese e un tentativo di recuperare la primigenia semplicità di queste.
Nel procedere della sua analisi storica, Gabetti si riferisce a concreti progetti di chiese che sono considerati come esemplari di un'epoca e di una sensibilità, e che sono illustrati nelle tavole disegnate da Reinerio e poste a conclusione del volume. Per esempio, nel discorrere di come nuovi materiali e nuove tecnologie influenzino la forma delle chiese al sorgere del Movimento moderno, ecco i disegni di Notre-Dame di Le Raincy, a Parigi, progettata da August Perret e completata nel 1923: un edificio che i critici dell'epoca definirono la “Sainte-Chapelle du béton armé”. Infatti l'edificio si presenta come un ampio porticato rettangolare retto da quattro file di colonne, perimetrato da pareti composte da blocchi prefabbricati vetrati che rendono l'ambiente aereo, leggero e luminoso.
 
Com'è noto, d'altro canto, l'uso del cemento armato e dell'acciaio consente di eludere le condizioni di necessità che imponevano limiti stringenti all'arte del costruire: di qui l'emergere nel XX secolo di edifici dalle forme scultoree e libere, che cercano ciascuno a suo modo di interpretare l'importanza simbolica della chiesa. Tra questi, spicca il caso della cappella di Ronchamp in Svizzera, progettata da Le Corbusier il quale, pur convinto razionalista, in quest'opera della metà degli anni '50 compose una forma estremamente complessa e articolata, uno «spazio sospeso dove tutte le direzioni coesistono: schiacciato dal tetto incombente, dilatato nelle cappelle laterali e risucchiato dai fiabeschi periscopi verticali».
 
Chiese come questa furono studiate come parte di una ricerca, bensì architettonica ma decisamente collegata col pensiero liturgico. Tra gli esempi italiani che rispecchiano questo rinnovato impegno di stretto dialogo tra progettazione architettonica e liturgia, v'è la Madonna dei Poveri a Milano, opera di Luigi Figini e Gino Pollini. Una chiesa dalle scabre superfici esterne in cemento che interpreta in modo letterale la povertà richiamata nell'intitolazione, e all'interno ripropone la silenziosa, ascetica penombra delle antiche chiese romaniche.
 
Secondo Gabetti, il fatto che i Padri conciliari fossero a conoscenza di queste e altre chiese nuove, e forse vi avessero anche celebrato in prima persona, può aver contribuito a ispirare le loro riflessioni, tradottesi poi nella Costituzione liturgica “Sacrosanctum Concilium”.
Essendo la chiesa un edificio di grande complessità, Gabetti le esamina in modo sistematico, e sempre seguendo un approccio storico. Un capitolo del volume è dedicato a discutere il tema “sacro-santo”. Su tale argomento la riflessione di Gabetti si dispiega attorno a quanto scritto da Severino Dianich (in “Spazio e rito. Aspetti costitutivi dei luoghi della celebrazione cristiana”, Roma, 1996): «Diversamente dal tempio pagano, che era innanzitutto il luogo dove abitava la divinità, la chiesa cristiana è fatta per l'assemblea di coloro che credono in Cristo. Non c'è un luogo “sacro” in opposizione a un luogo “profano”... Dio è là dove ci sono coloro che lo adorano in spirito e verità». E argomenta in favore di una ricerca della semplicità del progettare per la liturgia, rifuggendo dall'eccessiva esibizione di trionfalismi o di ricchezze, anche per quanto riguarda gli oggetti per il culto e la ricerca di simboli attivi, cioè capaci di parlare oggi alle persone, mentre pone in termini problematici il rapporto prossemico che si può stabilire tra popolo e altare, dopo la decisione di volgere l'altare verso il popolo, propendendo per l'idea di celebrare “tra di noi, piuttosto che in faccia a noi”, secondo la lezione di F. Debuyst e di G. Bonnet.
Tra i molteplici esempi di realizzazioni contemporanee che interpretano il tema con efficacia, Gabetti presenta quella della chiesa di S. Giovanni Battista a Savigliano (CN): l'edificio fu completato nel 1922 con gusto classico baroccheggiante, e nel 1971 l'aula liturgica fu radicalmente rivista su progetto di Domenico Bagliani, Giuseppe Bellezza, Virgilio Corsico e Erinna Roncarolo. La pianta quasi ellittica della chiesa prestò il destro per una rotazione di 90° dell'asse principale, talché l'altare fu spostato dalla grande abside a un luogo lungo il fianco destro, incorniciato da un'absidiola laterale, permettendo così il raccogliersi di tutta l'assemblea con file di sedute disposte a semicerchio al suo intorno.
 
Come caso emblematico, a conclusione del suo scritto, Gabetti esamina il tema della cattedrale e della disposizione dei luoghi liturgici al suo interno. Perché la cattedrale costituisce l'esempio principale al quale ispirarsi in ogni diocesi, e perché al suo interno si dispiega con particolare chiarezza il rapporto tra assemblea e l'autorità del Vescovo.
Al di là dei propri convincimenti, Gabetti non si pone come maestro che indottrina: pur nel continuo richiamo ai documenti magisteriali e agli autori che ne hanno rielaborato le problematiche, cosciente della complessità della situazione, invita a riflettere, indicando un percorso conoscitivo ed elaborativo a chi, sia quale architetto, sia quale committente (la sua esperienza del resto abbraccia entrambi questi campi), si trovi di fronte al compito di costruire o adeguare una chiesa: «Il progettista-artista, chiamato ad affrontare la realizzazione o la trasformazione di un edificio per il culto o il design di arredi o di suppellettili... deve superare molti passaggi intermedi, ricercando profondamente, in se stesso, il modo di impossessarsi del difficile oggetto del suo lavoro». Perché le norme, pur fondamentali, non sono decisive ai fini del progetto: questo, sostiene Gabetti, richiede intuizione, cultura, creatività, indagini storico critiche, apertura ai ricordi così come anche alle innovazioni.
19/04/2012
Concludendo la lettura di un libro è naturale chiedersi “che cosa mi ha insegnato?” Se tale domanda si riferisce al volume di Roberto Gabetti, forse la risposta potrebbe essere questa: insegna a praticare quella pazienza venata di disincanto verso le passioni che a volte animano le discussioni che era tipica dell'Autore e che aiuta sia il progettista, sia il committente, a porsi senza fretta di fronte al compito di erigere una chiesa o di apportarvi modifiche, bensì con l'animo di chi desidera approfondire ogni aspetto, al di là di ogni preconcetto. Chi procede nella lettura si trova a muoversi con la rispettosa ponderatezza di chi cammina entro una chiesa. Gabetti scrive col compiacimento di una persona colta che ama condividere il proprio sapere, ma senza imporlo. Di qui il fatto che i suoi giudizi siano sfumati, non categorici. Ma soprattutto che il suo eloquio sia semplice e comprensibile, le citazioni tutte esplicitate in chiare note a piè di pagina che consentono al lettore di recuperare facilmente i documenti cui si fa riferimento.
È un libro che si legge e si rilegge con assoluta facilità; richiede di meditare, e aiuta a farlo: un po' un “breviario” dell'architettura delle chiese contemporanee.
 
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